ARTICOLI DI ASTRONOMIA a cura di Daniele Gasparri

3) Andromeda

Descrizione

Costellazione individuata sin dall’antichità. Andromeda era la figlia di Cassiopea e Cefeo, signori dell’antico regno di Etipoia.

La madre, Cassiopea, si vantava di essere una delle figlie del dio del mare, Nereo, e per questo egli scatenò contro di lei la furia del mostro Cetus (la Balena) che gli devastò il regno. Un oracolo disse a Cassiopea e Cefeo che solamente il sacrificio della loro figlia avrebbe placato le ire del dio del mare, e per questo essi diedero Andromeda tra le grinfie di Cetus, incatenandola ad una roccia a picco sul mare.

Andromeda all’ultimo momento fu però salvata dal coraggioso Perseo, giunto fino a lei in sella al suo cavallo alato Pegaso.

Mostrando la testa di Medusa al mostro, egli si trasformò istantaneamente in pietra e Perseo riuscì a liberare Andromeda.

Oggetti principali

M31: La grande galassia di Andromeda non ha bisogno di presentazioni: si tratta dell’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo, ad appena (!) 2,3 milioni di anni luce.

Sotto cieli scuri appare come una piccola nube allungata ben visibile ad occhio nudo, soprattutto in visione distolta. Quadro bellissimo con un binocolo da 50 o 80 mm di diametro. A causa delle cospicue dimensioni, perde di spettacolarità con un telescopio, poiché la galassia ha un’estensione di oltre 3°, ben 9 volte superiore alla Luna piena vista ad occhio nudo.

Nello stesso campo di M31 è possibile osservare anche due piccole galassie satelliti: M32, di forma stellare ed M110 più debole, allungata e distante dal nucleo.

Nonostante la vicinanza e la notevole luminosità, i dettagli, così facili da catturare in fotografia, non sono visibili con alcuno strumento. Solamente telescopi a partire da 150 mm mostrano una tenue banda di polveri solcare il disco. Nella porzione sud est è possibile osservare, con telescopi di almeno 150 mm, una condensazione indistinta simile ad una piccola nube; si tratta dell’ammasso aperto NGC206, il più lontano che possiamo osservare con i nostri telescopi, appartenente alla galassia di Andromeda.

Le sue stelle più brillanti, di magnitudine 17, sono riservate a grandi telescopi dobson di oltre 400 mm di diametro.

 NGC891: Splendida galassia a spirale vista di profilo, piuttosto debole ed osservabile con profitto solamente con strumenti a partire da 150 mm. Si contende con NGC4565, nella Chioma di Berenice, la palma di galassia più spettacolare.

 NGC7662: Piccola nebulosa planetaria soprannominata Blue Snowball (palla di neve blu), facile preda di ogni telescopio, a patto di osservare ad almeno 100 ingrandimenti, viste le esigue dimensioni. Uno dei pochi oggetti che mostra il colore.

 Daniele Gasparri

 

2) – La classificazione degli oggetti diffusi

 

Nei cataloghi stellari appena visti non è classificata nemmeno una nebulosa, una galassia o un ammasso stellare.

Per questi oggetti esistono dei cataloghi a parte, che contengono, oltre al nome assegnato all’oggetto, alcune proprietà fondamentali, quali: tipologia, diametro, aspetto, proprietà fotometriche e così via.

La prima classificazione degli oggetti del cielo profondo è stata possibile solamente con l’avvento del telescopio.

Il primo catalogo fu compilato dall’astronomo e cacciatore di comete Charles Messier; esso classifica e identifica attraverso le coordinate equatoriali 110 oggetti non stellari. Il catalogo Messier, i cui oggetti sono identificati con la lettera M seguita da un numero compreso tra 1 e 110, è largamente utilizzato dagli astrofili nell’osservazione di ammassi stellari, nebulose e galassie (ed ora finalmente avete scoperto perché la galassia di Andromeda si chiama M31, oppure la nebulosa ad anello nella Lira M57!).

Il catalogo Messier fu pubblicato per la prima volta nel 1774. L’astronomo francese compilò questa lista di oggetti per identificarli e non scambiarli per delle comete, la cui ricerca era di gran lunga l’attività su cui si concentravano tutti gli astronomi del tempo.

In esso sono raccolti, indistintamente, oggetti galattici (nebulose ed ammassi), ed extragalattici, ovvero comprendenti galassie esterne alla Via Lattea.

Gli oggetti furono avvistati attraverso piccoli telescopi, del tutto simili ai moderni rifrattori da 75-80 mm: tutti gli oggetti contenuti sono quindi facile preda di un piccolo telescopio amatoriale, a patto di osservare sotto un cielo privo di luci artificiali e della Luna.

Nel corso degli anni, con il progredire della potenza dei telescopi, furono osservati migliaia di altri oggetti diffusi e compilati altri cataloghi. Uno dei più importanti è il New General Catalogue (NGC); esso contiene quasi 8.000 oggetti del cielo profondo, frutto della collaborazione di alcuni importanti astronomi della seconda metà dell’800, tra cui William Herschel, John Herschel e John Dreyer. Gli oggetti appartenenti al catalogo, tra cui anche tutti quelli classificati da Messier, hanno la sigla NGC seguita da un numero compreso tra 1 e 7840, non tutti osservabili con piccoli strumenti, ma quasi tutti alla portata di telescopi da 250 mm.

Il catalogo NGC contiene anche oggetti particolarmente brillanti sfuggiti, chissà per quale motivo, a Messier, circa un secolo prima, come il doppio ammasso del Perseo, classificato come NGC869-884, o la nebulosa Nord America, nel Cigno, visibile anche ad occhio nudo e classificata come NGC7000.

Gli oggetti riportati anche nella classificazione precedente di Messier hanno la doppia dominazione, a seconda del catalogo utilizzato: la galassia di Andromenda, ad esempio, è classificata sia come M31 che come NGC224.

Gli astronomi professionisti dei giorni nostri utilizzano altri cataloghi, anche perché grazie ai loro potenti telescopi sono stati individuati moltissimi altri oggetti diffusi non inclusi nelle classificazioni dei secoli passati.

I moderni cataloghi sono divisi in base al tipo di oggetto; molto sviluppati sono quelli che classificano le galassie. Il Catalogue of Principle Galaxies (PGC) contiene circa 900000 galassie esterne alla Via Lattea, ma ve ne sono altri che ne contano anche milioni.

Daniele Gasparri

 

1) – La classificazione delle stelle

 Uranometria è l’imponente lavoro di Bayer che classifica stelle e costellazioni dell’era moderna. In questa immagine la figura di Orione, cacciatore mitologico dell’antica Grecia.

Il primo rozzo catalogo stellare è da attribuire proprio alle antiche civiltà, quali Babilonesi, Egizi, Greci ed Arabi. A loro dobbiamo tutti i nomi propri, come Vega, nella Lira, Capella, in Auriga, Betelgeuse in Orione, Sirio nel Cane maggiore e molte altre. Spesso si tratta di nomi associati a miti e leggende, altre volte dal significato più estetico, come Mira, nome di recente attribuzione per definire una “stella meravigliosa”.

Esiste anche una catalogazione più pratica, la cui origine risale al 1603, ad opera dell’astronomo Bayer, colui che definì le costellazioni dell’era moderna con il suo lavoro intitolato Uranometria. Secondo questo standard, alle stelle di una costellazione vengono attribuite lettere greche in base a luminosità decrescenti, seguite dal genitivo latino del nome della costellazione. Seguendo questo schema semplice, la stella più luminosa di ogni costellazione si chiamerà , la seconda , la terza  e così via, fino a classificare tutte le stelle facenti parte della figura della costellazione.

Le stelle dell’Orsa maggiore, ad esempio (Ursa Major), si chiameranno: Alpha Ursae Majoris, Beta Ursae Majoris e così via…

Stimare ad occhio la luminosità degli oggetti non è semplice, per questo qualche volta si sono create delle incongruenze e non sempre la lettera  corrisponde alla stella più brillante, come nel caso della costellazione dei Gemelli, dove la  (Polluce) è in realtà la più luminosa.

Questa classificazione semplice e un po’ più distaccata è molto utile ed intuitiva per trovare facilmente le stelle principali che possiamo osservare nel cielo, invece che usare le coordinate equatoriali, difficili da interpretare e misurare.

La classificazione secondo questo schema è alla base della tecnica dello star hopping, ovvero dell’individuazione di un oggetto da osservare attraverso salti successivi tra stelle relativamente brillanti. Possiamo ad esempio rintracciare la famosa nebulosa planetaria ad anello M57 a metà strada tra le stelle  e  della costellazione della Lira. Se non ci fosse stata questa classificazione, come avreste trovato con facilità questa bellissima nebulosa e come lo avreste descritto in un testo come questo?

Attribuire quindi dei nomi alle stelle è utile, sia per trovare gli oggetti, sia per identificare le stelle stesse, importanti da studiare per astronomi e scienziati.

Una classificazione successiva, ancora usata nei cataloghi degli astrofili, sostituisce le lettere greche con un numero e identifica le stelle non secondo la luminosità, ma partendo dalla componente della costellazione posta più ad ovest. In questo modo si ha una più ampia scelta e non si corre il rischio di terminare le lettere per le costellazioni più grandi.

Gli astronomi e gli astrofili, grazie all’avvento dei telescopi, sono in grado di osservare centinaia di migliaia, se non milioni, di stelle. Identificarle è di fondamentale importanza per orientarsi e soprattutto per studiare le loro proprietà. La semplice classificazione vista fino ad ora non è più sufficiente, perché povera di dettagli e perché riguarda solamente un esiguo numero delle stelle effettivamente osservabili. Per questo motivo, nel corso degli anni sono stati compilati imponenti atlanti stellari con il compito di identificare, con una particolare sigla, coordinate e alcune importanti proprietà delle stelle.

Alcuni database sono enormi e contengono anche decine di milioni di stelle, ognuna delle quali è corredata da un nome, dalla sua luminosità apparente, dalle coordinate precise e, spesso, dal tipo spettrale e dalla distanza stimata.

Uno dei cataloghi più completi di informazioni, ed utile specialmente agli astrofili, è l’Harry Draper Catalogue, abbreviato con HD, compilato dagli scienziati di Harvard tra il 1918 e il 1924 ed ampliato nel 1949. Esso contiene la classificazione, secondo precisissime coordinate equatoriali e proprietà spettroscopiche, di oltre 350000 stelle fino alla nona magnitudine, quindi praticamente tutte quelle utilizzate dagli astrofili per orientarsi e muoversi nel cielo con i propri strumenti.

Con l’avvento di più potenti telescopi e di tecniche di misurazione della posizione molto accurate, il catalogo HD è stato sostituito, soprattutto in ambienti professionali, da altri cataloghi molto più completi e contenenti informazioni di diversa natura. Sono così nati i cataloghi per la classificazione di stelle doppie, come il Washington Catalog of Double Stars (WDS), contenente quasi 100000 oggetti, oppure il General Catalog of Variable Stars (GCVS), con quasi 38000 stelle variabili, in continuo aggiornamento.

Per quanto riguarda la semplice classificazione stellare, troviamo l’Hubble Guide Star Catalog (GSC) contenente posizioni e magnitudini di  circa 15 milioni di stelle adatte al puntamento e alla guida del telescopio spaziale Hubble.

Il record spetta al catalogo USNO, che nella sua versione completa classifica circa 1 miliardo di stelle!

Daniele Gasparri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.